Home News Blitz nel Sinai, chiuso il valico di Rafah

Blitz nel Sinai, chiuso il valico di Rafah

739
CONDIVIDI

Nel violento blitz di domenica nel Sinai, organizzato da un gruppo di miliziani jhiadisti, è stata presa d’assalto una caserma situata nel nord est del paese, al confine con Israele, e commessa la strage di 16 agenti, dopo la quale i guerriglieri armati si sono impossessati di due blindati, e riempendoli di esplosivo si sono lanciati all’assalto del vicino valico per penetrare in Israele.
La vicenda si è conclusa con l’intervento dell’aviazione di Tel Aviv che ha colpito entrambi i blindati, uno dei quali si trovava ancora in territorio egiziano.

L’episodio è importante, prima di tutto, perché consente una riflessione sulla delicata e intricata posizione nella quale si pongono le decisioni del neo eletto alla poltrona presidenziale egiziana Mohamed Morsi, esponente della Fratellanza musulmana (punto di riferimento politico ed ideologico dell’organizzazione integralista di Hamas) e a capo di un paese legato da oltre trent’anni da accordi di pace con Israele.
La decisione diffusa da Morsi, relativa alla chiusura del valico di Rafah, appare chiaramente scomoda se vista in relazione a quello che è il suo partito di appartenenza, soprattutto alla luce delle dichiarazioni rilasciate da esponenti della Fratellanza che denunciano il Mossad e lo accusano di essere il regista del raid.

La decisione immediata di Morsi di chiudere fino a tempo indeterminato il valico di Rafah, unico varco non controllato da Israele che consente il passaggio tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, si pone all’interno di copiose e spinose polemiche sorte da tempo in Egitto, stretto tra due fuochi e costretto a dover mediare fra le richieste incompatibili di palestinesi e israeliani.
Di fronte all’isolamento internazionale e al black out che incombe su questa striscia di terra, i palestinesi considerano da sempre la strada per l’Egitto, e da lì, verso il mondo, una sorta di spiraglio: Rafah è l’unica via di fuga che essi hanno da Gaza, un lembo di terra nel quale mancano perfino i generi di prima necessità.
Malgrado la decisione unilaterale di Israele di ritirarsi da Gaza nel 2005, il governo di Tel Aviv non ha mai definitivamente abbandonato le chiavi dei confini, e, inoltre, i protocolli di intesa fra Israele e l’Egitto consentono a quest’ultimo di stanziare lungo i confini con la Striscia contingenti militari.
Con l’accordo politico fra Hamas e al Fatah, l’Egitto nel maggio del 2011 si era convinto a spalancare le porte a Rafah, dopo l’embargo e la chiusura del valico sopraggiunta in seguito alla vittoria di Hamas alle elezioni del 2006.
Ora i palestinesi rischiano di sprofondare nell’isolamento che hanno conosciuto per trent’anni quando fra il 1967 e il 2005 Israele ha governato la Striscia.
Per oltre un milione e mezzo di palestinesi, lasciare quel corridoio di terra di soli 360 chilometri quadrati, significa non rimanere virtualmente intrappolati lì, lontani e costretti all’oblio del resto del mondo.