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Libano, il paese dei cedri fra passato e presente

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Il 23 agosto 1982 il Parlamento libanese eleggeva Bashir Gemayel, capo della milizia cristiana, Presidente della repubblica.
L’elezione del falangista Bashir si inseriva all’interno della fragile e complicata condizione del paese dei cedri, che era, allora, preda di sanguinosi antagonismi a sfondo politico e religioso.
La guerra civile scoppiata nel paese nel 1975, si concludeva infatti, solo 15 anni più tardi, nel 1990 con gli accordi di Ta’if in Arabia Saudita.
A scatenarla erano state le profonde rivalità interne: da una parte la comunità sciita, tradizionalmente più povera che chiedeva il riconoscimento di più diritti, dall’altra i cristiani maroniti che trovavano nell’organizzazione militare la Falange (guidata dalla famiglia Gemayel) il loro sostegno.
L’equilibrio già precario venne messo duramente a repentaglio dalla resistenza palestinese: i fedayin (letteralmente coloro che si sacrificano), cacciati in Giordania dalla monarchia hashemita, trovarono rifugio in Libano, da dove organizzarono la loro guerriglia contro Israele, con razzi indirizzati alla Galilea e il confine settentrionale del paese ebraico.

Le contrapposizioni interne finirono perciò per travalicare i confini del minuscolo paese: i maroniti erano assolutamente ostili ai palestinesi e trovarono un facile alleato in Israele; dall’altra parte, invece, gli sciiti e i sunniti palestinesi, trovarono loro alleata la Siria di Hafez Al-Assad, il quale non faceva mistero del suo progetto noto come la “Grande Siria”, con il quale aspirava ad estendere il controllo di Damasco nel vicino paese.
Una svolta nei combattimenti la si ebbe quando, il 6 giugno 1982, Israele guidato dal ministro della difesa, il falco Ariel Sharon, con l’operazione denominata “Pace in Galilea”, invase il Libano meridionale per “ripulire” l’area dai guerriglieri palestinesi.
In seguito all’intervento israeliano, il quartier generale dell’Olp, che dopo la cacciata da Amman aveva trovato rifugio in Libano, fu costretto a trasferirsi in Tunisia; ma per Israele era pronto a nascere il nemico numero uno: Hezbollah.
Letteralmente “partito di Dio”, metteva insieme i guerriglieri sciiti addestrati a Teheran con il favore della Siria, allora l’unico paese che sosteneva l’Iran rivoluzionario guidato da Khomeini.
Fu l’invasione israeliana a rafforzare l’elemento cristiano-maronita e in qualche modo a facilitare la vittoria di Bashir Gemayel alle elezioni presidenziali del 23 agosto ’82.
La sua presidenza durò molto poco: il 14 settembre delle stesso anno restò vittima di un attentato di cui ancora è dubbia la matrice.
Solo due giorni dopo l’uccisione di Bashir venne vendicata: i falangisti cristiani, fanatici seguaci di Gemayel, penetrano nei campi di Sabra e Chatila, dove dimoravano i profughi palestinesi, compiendo una vera e propria strage.
Il massacro di civili compiuto fra il 16 e il 18 settembre fu qualcosa di agghiacciante, lo sterminio ebbe luogo sotto l’occhio indifferente e forse anche complice dell’esercito israeliano che serrò i campi con i carri armati, impendendo ai civili di fuggire.
Resistono purtroppo, dopo 30 anni, ancora dubbi e reticenze sul mandante dell’attentato in cui perse la vita Bashir Gemayel: all’epoca i sospetti si concentrarono sulla Siria, che voleva scongiurare una alleanza fra Israele e i maroniti, e che di sicuro sarebbe stata favorita dalla presenza di Bashir alla poltrona presidenziale.

Alla luce di ciò, ci appare più comprensibile la cronaca attuale degli scontri in atto nel sud del Libano, fra i sunniti e il gruppo sciita libanese di Hezbollah, gli uni schierati con i ribelli e gli altri con il regime alawita di Bashar Al-Assad.
E allo stesso tempo l’asse Iran-Siria, che come ha ricordato il segretario di stato americano Hillary Clinton “allunga la vita” al regime di Assad, ora rischia di compromettere anche l’equilibrio del paese dei cedri.