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Proteste in Cisgiordania contro il carovita

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“Non si può resistere all’occupazione a stomaco vuoto”, è il grido di protesta di Ashraf Najjar, 26 anni, laureato in design, lavora come operaio edile.
Come lui, sono tanti i giovani palestinesi scesi in piazza contro una disoccupazione che ha raggiunto livelli inaccettabili. Quella giovanile, infatti, sfiora il 28%.
Ma, anche per chi un lavoro ce l’ha la situazione non è facile: in Palestina gli stipendi sono come in Somalia e i prezzi come a Parigi, denuncia uno studente di Hebron, che aggiunge “Ora abbiamo due occupazioni, il governo dell’Anp e quello israeliano.”
La protesta esplosa nella città di Hebron, in Cisgiordania, si è diramata in fretta in tutto il paese, che è ora paralizzato dalle rivolte contro l’aumento dei prezzi.
Il dissenso è rivolto in gran parte verso Salam Fayyad, primo ministro dell’autorità palestinese e economista che gode di grande credito a livello internazionale, guadagnato con il varo di solide politiche di bilancio.
Purtroppo, però, la grave crisi finanziaria (in parte causata da una carenza di fondi attesi da donatori internazionali) ha costretto il primo ministro ad adottare misure austere, contro cui si stanno battendo migliaia di giovani, ma non solo.
Anche camionisti e tassisti hanno incrociato le braccia contro i recenti aumenti di carburante, acquistato da Israele ad oltre 2 dollari al litro.

I palestinesi sospinti dal vento rivoluzionario che ha decapitato i regimi in Tunisia, Libia ed Egitto, stanno aderendo ai motti di quelle rivoluzioni e chiedono la caduta di Abbas (presidente dell’Anp) e denunciano a gran voce la corruzione che dilaga nei centri del potere palestinese.
In realtà regna il caos sulle reali ragioni che spingono i palestinesi in piazza: non si capisce bene se la protesta sia stata innescata contro un potere così limitato, quello palestinese, o se contro l’occupazione israeliana.
È chiaro che le misure imposte dallo stato sionista, dopo la seconda Intifada, come la costruzione del muro di separazione che si spinge oltre la linea verde di confine imposta dall’Onu, procurano conseguenze nefaste, che non solo rallentano un processo di pace, già claudicante fra i due popoli, ma impediscono la crescita economica del paese arabo.
Con la decisione di difendersi dagli attacchi terroristici di Hamas e della Jihad islamica, Israele ha imposto blocchi stradali, permessi di entrata e uscita.
Bisogna contare, inoltre, che lo stato sionista non solo detiene il controllo delle fonti idriche, e proibisce ai palestinesi di costruire pozzi, ma con la costruzione del muro ha finito per isolare interi villaggi dai pozzi d’acqua e interrompere la coltivazione di uliveti, unica forma di sussistenza per molte famiglie palestinesi.

La popolazione è stanca dello scontro ideologico fra Hamas e Fatah; tra i manifestanti, infatti, vi è chi ammette che vorrebbe un nuovo leader, che non risponda al simbolo di nessuna delle due forze politiche.