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Enzo Tortora, don Chisciotte galantuomo

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Dire male del nostro prossimo, a scopo personale, perché si possa in questo modo danneggiarlo, è qualcosa di così inumano da avvicinarci quasi a delle bestie. E mi sento colpevole nell’asserirlo, perché nel paragone ne vengono fuori vincitori gli animali, che non conoscono e non praticano questa forma di indecenza morale.

Il caso di Enzo Tortora scoppiato nel 1984, a quasi 30 anni, ancora oggi annichilisce per la sua assurdità. Un uomo noto che da un giorno all’altro, si ritrova a dover combattere con accuse diffamatorie, quali spaccio di droga e affiliazione di stampo camorristico. Un essere umano dedito al suo lavoro di garbato giornalista. Mai una gaffe, una parola fuori posto. Un lessico colto e florido di sinonimi che lo rendevano caro alle famiglie e rassicurante. Eppure anche per lui, ad opera di loschi figuri, si erano aperte le porte del carcere, dove per alcuni mesi, prima di ottenere gli arresti domiciliari, aveva soggiornato e dove anche là aveva suscitato tra i detenuti, rispetto, ammirazione e solidarietà.
Quando, candidato col partito radicale divenne europarlamentare, da uomo non libero, chiese ed ottenne che gli venisse tolta l’immunità, per non dover fare i conti con lo sdegno ed il rimprovero dei più, che videro nella sua carica un modo per sovvertire il suo status. I processi di cui fu leggendario imputato ne fecero un martire, un emblema della verità smarrita. Il suo proclamarsi innocente a tutti i costi, lo rese quasi una figura mitologica.
Il suo urlo, assetato di giustizia, fu soffocato da una magistratura confusa, lenta, inaccettabile nel proprio annichilito ed insensato lavoro. Un appello di redenzione lo aveva riportato da uomo libero a riapparire a testa alta negli studi di Portobello, la trasmissione che con sua sorella Anna aveva curato come un figlio. Siamo nel 1987. Dopo tanto dolore, fiumi di invettive, ritrattazioni, Tortora poté finalmente riacciuffare una vita calpestata e derisa, la sua vita di cui fu sempre pronto a una difesa strenua e determinata. Nonostante ciò, un male incurabile, forse causato dalla troppa amarezza, chi può dirlo, ce lo portò via, troppo presto. Di lui restano immagini, ed espressioni energiche, chiare, sempre di educato richiamo alla mobilitazione, all’impegno.

Questo articolo nasce dalla mia personale indignazione verso una triste pagina del passato. Quanti altri da allora, nel tempo ed ancora oggi subiscono torture psicologiche e fisiche, si sentono abbandonati, lottano contro un muro di pregiudizi e asserzioni false. Mi chiedo che cosa avrei fatto se mi fossi trovata o mi trovassi in una bolla temporale di sconsiderata superficialità e di sorda viltà. Bisognerebbe riflettere su questi casi di ingiustizia sociale e farsi carico di scuse ufficiali, risarcimenti ed estensioni di mea culpa, che quasi sempre sono latitanti.
L’Italia è un paese che ha poca memoria, l’ho già detto in passato, e quel po’ che conserva viene abbellita con mera e poco edificante realtà, come una vecchia cortigiana che, con molto belletto, vuole risorgere ai fasti di una beltà ormai lontana.

 

 

 

 

 

1 COMMENTO

  1. Vero, tutto vero purtroppo! Sono arrivato a quest’articolo leggendo qua e in la sul Don Chisciotte, figura
    vera e quanto mai contemporanea.
    Credo fermamente che quello che è capitato al Sig. Tortora sia a tutt’oggi di dominio quotidiano,
    come dice lei: una “giustizia” lenta, obsoleta e credo inquisitoria, ma nessuno ne risponde di propria persona.
    Penso anche che sia il nostro specchio.
    Marco.

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