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Università di Firenze, alla scoperta di un farmaco di oltre 2000 anni fa

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Alla scoperta della medicina degli antichi. Anche l’Ateneo fiorentino ha contribuito ad una ricerca multidisciplinare, realizzata dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana con la collaborazione dell’Università di Pisa, che ha portato all’ individuazione dell’esatta composizione di un medicinale di oltre 2000 anni fa. Si tratta quasi sicuramente di un collirio, recuperato all’interno del suo contenitore di stagno fra i resti di una nave – il “Relitto del Pozzino” – naufragata nel II sec. a.C. nelle acque del Golfo di Baratti e riportata alla luce negli anni ’90 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana.

Marta Mariotti Lippi del Dipartimento di Biologia dell’Ateneo fiorentino, ha infatti, partecipato allo studio, appena pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences; doi: 10.1073/pnas.1216776110) che ricostruisce, attraverso una vasta gamma di analisi, la natura di un farmaco così antico.

Le indagini, oltre a Mariotti Lippi, sono state condotte da Gianna Giachi e Pasquino Pallecchi, del Laboratorio

di Analisi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, con la collaborazione di Maria Perla Colombini, Erika Ribechini e Jeanette J.Lucejko, del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa.

Le compresse farmaceutiche analizzate (pastiglie spesse un centimetro, con un diametro di quattro, di forma circolare e di colore grigio) facevano probabilmente parte del bagaglio di un medico che viaggiava a bordo della nave: accanto a molte altre pissidi in stagno, infatti, sono stati rinvenuti oltre cento piccoli flaconi di legno di bosso, un mortaio, uno specillo in ferro e una campana in bronzo, quest’ultima probabilmente da usare per salassi.

Le analisi condotte sulle compresse dal Laboratorio di Analisi della Soprintendenza toscana avevano già evidenziato che il principio attivo delle compresse era costituito da due diversi composti di zinco

(smithsonite e idrozincite, rispettivamente carbonato e idrossicarbonato di zinco), come nelle medicine di uso dermatologico e oftalmico già conosciute da personaggi come Plinio il Vecchio e Dioscoride.

Ora le analisi sono state completate attraverso una ricerca multidisciplinare che ha portato alla descrizione del farmaco dal punto di vista chimico, mineralogico e botanico.

“Nel medicinale la parte di natura inorganica, perlopiù zinco, costituisce l’80% della massa – spiega Marta Mariotti Lippi, specialista in analisi archeobotaniche, ricerche che indagano i resti vegetali nei reperti archeologici – ma vi compaiono, come coformulanti, anche sostanze lipidiche (grassi) di origine animale e vegetale come cera d’api, verosimilmente olio di oliva, resina di pino (che poteva servire come preservante, viste le sue proprietà antisettiche), granuli di polline e amido. All’interno delle compresse sono state trovate anche molte fibre di lino.

Il medicinale veniva probabilmente applicato esternamente sugli occhi: nello studio è anche ricordato come lo stesso termine italiano “collirio” derivi dal termine greco “kollyra”, che indica piccoli panetti rotondeggianti, come è appunto la forma delle compresse ritrovate nel relitto nelle acque presso l’antica città etrusca di Populonia”.

I reperti archeologici relativi a questo ritrovamento sono esposti nel Museo Civico Archeologico del Territorio di Populonia, a Piombino (Livorno).

Università degli Studi di Firenze

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