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La timida Legge di Stabilità

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Nella notte di martedì 15 ottobre, il Consiglio dei Ministri ha approvato la legge di stabilità. Il provvedimento, tanto discusso ancor prima di essere reso ufficiale, tra anticipazioni giornalistiche non in toto confermate, prevede in sostanza due disegni di legge.
Uno contiene il bilancio annuale e pluriennale dello Stato, l’altro riguarda il bilancio di previsione dello Stato per il triennio 2014-2016. Si tratta, in pratica, di norme atte a determinare quali spese potranno essere affrontate nei prossimi anni e in quali ambiti.
Entrambi i provvedimenti, come da prassi costituzionale, devono passare ancora al vaglio del Parlamento per essere discussi ed eventualmente modificati. Soltanto in seguito all’approvazione da parte dell’organo legislativo saranno in vigore e quindi realmente efficaci. E, intanto, si celebra il solito tran tran di polemiche tra gli esponenti delle varie fazioni politiche e non solo.

Ad una prima, superficiale, lettura dei punti principali della legge di stabilità, non sembrerebbe una manovra da accartocciare e cestinare e proprio per questo motivo l’imperativo che si è fatto strada nelle ultime ore è “migliorare”!

Il testo della legge di stabilità sembra, infatti, una sorta di premio di consolazione, un contentino la cui sintesi è perfettamente contenuta nei 14 euro di minibonus mensile destinati ai dipendenti o nei tagli alla pressione fiscale sul lavoro che si aggirano intorno ai 10 euro. Senza contare il mare magnum delle tasse, dove alcune spariscono, ma soltanto per ripresentarsi con un altro nome.
È il caso, tra le altre, dell’IMU che, anziché essere eliminata, viene sostituita dalla TRISE (Tributo sui Servizi). E perfino la sorpresa dell’assenza di tagli alla sanità potrebbe rivelarsi pressoché inutile, se si tiene conto del fatto che gli enti locali e le Regioni subiranno tagli corposi che andranno inevitabilmente ad incidere sul reddito dei cittadini.

Una manovra timida, insomma, questa legge di stabilità a cui non si può che augurare di uscire dal passaggio in Parlamento con una veste più decisa.

Claudia Cannatà