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John Kennedy vs Jackie

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Sono trascorsi 50 anni dall’ultimo saluto a John Kennedy. Mezzo secolo di avvenimenti, tragedie, scoperte, illusioni spezzate e sogni realizzati. Un giorno dopo l’altro, per questi cinquant’anni la vita è andata avanti, almeno per quelli che ce l’hanno fatta a restarvi aggrappati. Si, perché sempre più spesso la mortalità tocca fasce anche giovani o infantili. E magari l’amico di turno, il nipotino o la giovane sposa non riescono nell’intento di invecchiare con onore ed acciacchi vari.

Il 22 novembre 1963, a Dallas, veniva assassinato John Kennedy, Jack per amici e familiari, il presidente americano rimpianto e mitizzato. Come Elvis, James Dean, la Monroe, la morte lo rese leggenda.
Questo eroe, se fosse vissuto, si pensa avrebbe dato tutto se stesso perché la guerra in Vietnam cessasse; affinché l’eterno dissidio tra le due superpotenze mondiali, America e Russia, fosse controllato al meglio, instaurando un rapporto con Krushev.
Avrebbe dato spazio alle persone giudicate al di sotto degli standard, coloro i quali non godevano di diritti civili. Magari i risultati non si sarebbero eternati nel modo suddetto, ma una vita spezzata lascia aperto un flusso di buoni propositi da portare a buon fine che, se anche non realizzati, fanno godere d’un credito infinito. Molti ipotizzano che quel giorno, se il destino avesse posto sui binari ben oliati del caso qualche imprevisto, se ad esempio avesse piovuto, ci sarebbe stata una pur minima possibilità di salvezza, in quanto il proiettile, trovando come ostacolo il tettuccio alzato, avrebbe deviato. Invece quel meteo infingardo aveva giocato contro, permettendo ad Oswald di avere una visuale invidiabile della decappottabile presidenziale.
Un uomo giovane John Kennedy, prestante, simpatico, animato da progetti e buoni propositi, con una buona dialettica ed una famiglia solida e dalle spalle larghe la sua. Il successo con le donne è notorio. Si pensi solo alla relazione con Marilyn, chiacchierata e maldestra.
Tante volte ho letto articoli riguardo alla sua perseverante compagna Jackie, moglie ligia alle regole imposte dalla Casa Bianca, pur se spirito indomito. A differenza di molti, non ho mai avuto simpatia per questa signora, che i più hanno giudicato quasi una martire. Il presidente John Kennedy aveva più volte offeso il talamo con relazioni extraconiugali. Avrebbe potuto troncare il matrimonio, ma non divorziò mai. Preferì restargli accanto, perché per entrambi giovevole che la coppia non scoppiasse, in un’America puritana, che dopo decenni consente ancora molto, ma guai a mettere in piazza il proprio essere fedifraghi.
Ora la sentimentale che è in me fa capolino e vorrebbe rivendicare un grande amore. Ecco, sarà puerile, ma mi chiedo però: questo sentimento totale, cieco, che la portava sempre e comunque a perdonarlo, facendone un essere superiore, un’icona dell’ammenda incondizionata…, sarà stata frutto del calcolo? Come ogni donna, avrà riflettuto che l’uomo è cacciatore, ed essere una first lady ha si i suoi momentacci, ma vuoi mettere l’allure ed il tornaconto? Tante donne comuni non riescono a liberarsi di uomini molto peggiori del fu statista americano, adducendo al loro bisogno di salvare la famiglia, un idillio malato, che sovente ne fa delle vittime. Quando John Kennedy morì, fonti accreditate riportano che lei gli rimase accanto nella sala mortuaria, baciandone le labbra esangui e stringendogli la mano.
Eppure, passato un po’ di tempo, lasciò l’America, Jackie, sposando Onassis, affermando finalmente la propria personalità, lontana dagli schemi restrittivi imposti da una famiglia ingombrante e di un ricordo che correva il rischio di schiacciarla. Beh, lo trovo così demagogico. Tanto semplice appoggiarsi ad un uomo ricchissimo e potente, anche se di certo non affascinante nell’aspetto. Un passaggio non certo obbligato, ma forse economicamente utile.

Una donna carismatica ma amante del lusso, dei bei vestiti, dei cavalli. Intelligente, colta, ben introdotta, non necessariamente bisognosa di un uomo a farle da scudo. Ciò non toglie che per buona parte della sua vita sia stata la compagna di …

Solo alla fine ha vissuto a Parigi, circondata da intellettuali, rimanendo charmant, ma non più nell’occhio del ciclone. Ed è lì che l’ho rispettata. Perché ha saputo dare spazio ai suoi veri interessi, ma defilata, senza necessità di fare da contraltare ad un uomo famoso. La signora Bouvier ha riscattato anni di visibilità a volte malsana e godereccia, realizzando l’immagine di una donna appagata e serena, lontana dai chiaroscuri della politica e della finanza. Chapeau!

Daniela D’Avino

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