Home News Cronaca ‘Ndrangheta, arrestato magistrato in Calabria

‘Ndrangheta, arrestato magistrato in Calabria

Otto arresti nella piana di Gioia Tauro: c'è anche un magistrato

1392
CONDIVIDI
magistrato arrestato

In Calabria, a svuotare le carceri risolvendo il problema del sovraffollamento, qualche volta ci pensano direttamente le toghe.
È successo il 27 agosto del 2009 quando la cosca Bellocco di Rosarno riuscì a riabbracciare Rocco e Domenico Bellocco e Rocco Gaetano Gallo, arrestati soltanto alcuni mesi prima nell’ambito dell’operazione congiunta tra le procure di Reggio Calabria e di Bologna “Rosarno nostra”, grazie al pagamento di un compenso pari a 120 mila euro.

Funzionava così: il clan pagava e al resto ci pensava la toga amica, il giudice Giancarlo Giusti, il quale, dopo che gli avvocati presentavano istanza al Tribunale della Libertà, si applicava e riusciva a trovare il cavillo giusto cosicché gli ‘ndranghetisti potevano fare ritorno a casa. Per compiere l’operazione, Giusti aveva quasi un vero e proprio tariffario personale nel quale ogni testa valeva 40 mila euro.

Ma tra ritardi e inadempienze spesso – non sempre nella giustizia italiana – i nodi vengono al pettine e così stamattina sono finiti in manette otto persone nella provincia di Reggio Calabria: il giudice Giusti, naturalmente, e sette membri del clan dei Bellocco che opera nella piana di Gioia Tauro.

Contro il giudice l’accusa è quella di corruzione in atti giudiziari aggravata dall’art. 7 e di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i magistrati della Procura di Catanzaro (l’inchiesta porta la firma dell’Aggiunto Giuseppe Borrelli e del sostituto Vincenzo Luberto), Giancarlo Giusti era a disposizione della ‘ndrangheta. A dimostrarlo, una serie di intercettazioni provenienti da diverse indagini che gli specialisti della Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno rimesso insieme con un lavoro certosino, incastrando ogni tassello per formare un unico mosaico.

Il giudice, coinvolto adesso in questa operazione che ha preso il nome di “Abbraccio”, si trovava già agli arresti domiciliari per una condanna a 4 anni nell’ambito di una inchiesta della Dda di Milano ed era stato anche sospeso dal Csm. I domiciliari sono giustificati dal fatto che, dopo la sentenza di primo grado e mentre stava già scontando la pena in carcere, Giusti aveva tentato il suicidio.

Un giudice sui generis, come dimostrano gli appunti trovati in casa e alcuni intercettazioni in cui Giancarlo Giusti, vantandosi della sua astuzia, dice “dovevo fare il mafioso, non il giudice”.