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Le case discografiche vivono grazie al Giappone

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CD

CDUn tempo c’erano i cd, oggi c’è il download. Illegale, spesso. È così in tutto il mondo o quasi, perché c’è un Paese nemmeno troppo piccolo che costituisce l’eccezione: il Giappone.

Questo è l’unico Paese dove si vendono ancora cd e lo si fa anche in una quantità considerevole, soprattutto se si mette il dato al confronto con il resto del mondo.

I cd sono ancora l’85 per cento delle vendite di album in Giappone, rispetto al 57,2 per cento del mercato statunitense.

Più tradizionalisti? In un certo senso sì, ma per il bene dell’economia, si intende. Questa situazione, infatti, si verifica perché il Giappone ha un’economia tendenzialmente protezionista e vede ancora il digitale con sospetto. Senza contare poi che i giapponesi nutrono un vero e proprio amore per il collezionismo. Non a caso nel paese i greatest hits vanno ancora molto forte.

Per le case discografiche la vendita di cd è molto redditizia, visto che i negozi vendono gli album a un prezzo minimo di 20 dollari.

Il Giappone, alla fine, non sembra neanche essere molto interessato ai due nuovi fenomeni che stanno conquistando – sempre che non l’abbiano già fatto – il mondo: il digitale e lo streaming. Le vendite di mp3 sono calate da un miliardo di dollari nel 2009 a 400 milioni nel 2013, e né Spotify né Rdio sono entrate nel mercato locale.

I cd sono ancora il 41 per cento del mercato discografico mondiale e, oltre al Giappone, ci sono altri paesi, per esempio la Germania, che restano fedeli al cd.

Il guaio è che se anche questi Paesi dovessero innamorarsi dell’online, il declino inevitabile delle vendite di dischi danneggerebbe ancora di più l’industria discografica. “Se il Giappone starnutisce e la Germania si prende il raffreddore, è finita”, ha detto Alice Enders, esperta della Enders Analysis.

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