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Pubblicato rapporto CRC sull’infanzia e l’adolescenza

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Lo scorso mercoledì 17 giugno è stato pubblicato l’ottavo rapporto del gruppo CRC – il Gruppo di Lavoro per la Convenzione dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza -, un rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia. Più precisamente e per uscire dal tunnel delle ripetizioni, il rapporto fa il punto sulle politiche per l’infanzia sulla base dell’analisi dello stato di attuazione della convenzione già citata in Italia.

Giunto alla sua ottava edizione, il rapporto 2014-2015 è stato realizzato grazie al contributo di 124 operatori che, a diverso titolo, lavorano per i minori nelle 90 associazioni che fanno parte del gruppo CRC.

Tale gruppo, è bene spiegarlo soprattutto per i non addetti ai lavori, è un network che comprende soggetti del terzo settore che si occupano attivamente della tutela e della promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza con il coordinamento di Save the Children Italia. Il gruppo è stato costituito nel dicembre del 2000 proprio con l’obiettivo di stilare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza – dall’inglese Convention on the Rights of the Child, quindi CRC – in Italia da sottoporre, al Comitato ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Lo scopo finale è quello di ottenere una maggiore ed effettiva applicazione in Italia della CRC e dei suoi Protocolli Opzionali.

L’ottavo rapporto CRC non ha messo, purtroppo, in evidenza risultati positivi, ma al contrario ha rilevato che il sistema organico di politiche per l’infanzia su cui il nostro paese si era impegnato con la ratifica della Convenzione non è stato realizzato. Una mancata realizzazione che, se da sola come informazione non spaventa, diventa decisamente più preoccupante e allarmante quando sono i dati a parlare.

Nel nostro Paese, secondo quanto emerso dal rapporto presentato alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, 1 bambino su 7 nasce e cresce in condizioni di povertà assoluta, 1 su 20 assiste a violenza domestica, 1 su 100 è vittima di maltrattamenti e 1 su 500 vive in strutture di accoglienza. Questi sono solo i principali dati in base ai quali, però, il gruppo CRC ha già lanciato un appello ad elaborare un piano di contrasto alla povertà.

Ci sono bambini che fin dalla nascita soffrono di carenze che ne compromettono lo sviluppo fisico, mentale scolastico, relazionale – ha sottolineato Arianna Saulini, coordinatrice del Gruppo CRC, che ha detto “Per questo chiediamo che il prossimo Piano Nazionale Infanzia dedichi speciale attenzione ai primi anni di vita del bambino, che vengano realizzate politiche adeguate per superare il divario territoriale nell’offerta educativa e di costruire un qualificato sistema integrato per l’infanzia e l’adolescenza, impegnando adeguati e stabili investimenti finanziari e introducendo un meccanismo permanente di monitoraggio della spesa”.

Tra i temi affrontati, questa edizione del rapporto contiene un intero capitolo dedicato alla situazione dei minori stranieri non accompagnati – quelli che, in maniera fredda, corrispondono all’acronimo di MSNA. Considerando i numerosi sbarchi e la quantità di persone che arrivano in questo periodo, il tema è di grande attualità, quindi non poteva essere lasciato superficialmente da parte. Anche in questo caso, si rileva la necessità di agire per mettere a punto un nuovo sistema di accoglienza. I dati relativi ha questo tema indicano che dal primo gennaio al 31 marzo 2015 sono sbarcati in Italia 10.165 migranti, di cui 902 sono minori. Di questi ultimi solo 289 sono accompagnati, mentre i restanti 613 non sono accompagnati da figure adulte di riferimento. Nel 2014, invece, 26.122 minori hanno raggiunto le coste italiane e di questi 13.026 sono risultati non accompagnati. Il numero è pari a due volte e mezzo quello registrato nel 2013. Alla data di stesura del Rapporto, inoltre, sono oltre 500 i minori ancora in attesa del collocamento in comunità, che si trovano, da mesi, in strutture temporaneamente adibite alla loro accoglienza, attivate “in emergenza” a livello locale, in Sicilia, Puglia e Calabria.

E poi c’è anche il tema delle adozioni internazionali. Rispetto a questo, è stato rilevato che tra il 2010 e il 2013 il numero dei bambini arrivati in Italia è diminuito del 30%, ma comunque l’Italia è rimasta il secondo Paese al mondo per numero di adozioni internazionali, dietro solo agli Stati Uniti. Nel rapporto, il calo numerico delle adozioni internazionali viene interpretato come conseguenza di un minor numero di segnalazioni di bambini adottabili dall’estero, a causa delle mutate condizioni strutturali, demografiche e sociali avvenute in questi anni nei Paesi di origine. C’è anche la volontà, però, di mettere in guardia sulla pericolosità di un sistema mondiale in cui si registra un crescente incremento delle adozioni dai Paesi che non hanno ratificato la Convenzione de L’Aja del 1993. Per quanto riguarda, in particolare, il contesto italiano, il rapporto si sofferma su alcune criticità del nostro sistema come i tempi lunghi e incerti e i costi troppo elevati. In generale, secondo Marina Raymondi, responsabile del centro studi CIAI, “in Italia non c’è ancora consapevolezza che l’adozione è un’esperienza che va sostenuta nel tempo”, per questo “si ritiene importante e urgente, per la tutela dei diritti dei bambini adottati dall’estero, la piena applicazione della legge e dei regolamenti già vigenti. Troppi sono i ritardi e molte le cattive applicazioni di una legge, la 184/83, considerata dai più come una buona legge”.

Altri dati rivelati dal rapporto riguardano i bambini che vivono in aree inquinate e a rischio di mortalità (1 su 20), mentre 1 su 50 soffre di una condizione che comporterà una disabilità significativa all’età dell’ingresso nella scuola primaria e 1 su 500 vive in strutture di accoglienza. Più di 8 bambini su 10 non possono usufruire di servizi socio-educativi nei primi tre anni di vita e 1 su 10 nell’età compresa tra i 3 e i 5 anni. Preoccupa anche il dato relativo ai bambini che sono andati all’asilo nel 2013 in Italia: solo 218.412 bambini, pari al 13,5% della popolazione sotto i tre anni. E la situazione, come spesso accade, nel Mezzogiorno è ancora più grave, se si considera che tutte le regioni del Sud si collocano sotto la media nazionale, come la Sicilia 5,6%; la Puglia 4,4%; la Campania 2,7% e la Calabria 2,1%.

Riguardo, infine, le difficoltà economiche di molte famiglie con minori, Arianna Saulini ha ricordato che la povertà minorile in Italia è in continuo aumento, basti pensare che dal 2012 al 2013 i minori in condizioni di povertà assoluta sono passati da 1.058.000 (10,3%) a 1.434.000 (13,8%) – e ha ribadito l’urgenza di un Piano nazionale di contrasto alla povertà.

A proposito, invece, di risorse dedicate all’infanzia e all’adolescenza, il rapporto denuncia che a distanza di anni non esiste ancora un monitoraggio a livello istituzionale, manca una strategia nazionale e una visione di lungo periodo nell’allocazione delle risorse.