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Don Pino Demasi: La cultura, il motore della società

Cultura e conversione vera sono le basi per un cambiamento della Calabria che, per certi aspetti, sta marciando nella giusta direzione

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Don Pino Demasi

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. Con queste parole di Antonio Gramsci, Don Pino De Masi (Vicario Generale della Diocesi di Oppido – Palmi e referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro) attribuisce alla cultura un ruolo primario per la sfida del cambiamento in un territorio difficile e martoriato come la Calabria.

La cultura è il motore della società. Senza cultura e istruzione non si può andare avanti, perché la povertà più grave è proprio la mancanza di cultura”. E la sfida diventa più ardua in quest’era in cui è tornato a destare preoccupazione il fenomeno della dispersione scolastica. “Dobbiamo invitare la gente a formarsi perché solo se hanno in mano la cultura e la parola riescono ad essere artefici del cambiamento proprio e degli altri”.
Don Pino va avanti in questa missione, sebbene riconosca che “in questo momento si avverte un senso di stanchezza e di sfiducia. Un momento di stanchezza dovuto alle situazioni negative purtroppo nel mondo della politica e a tutti questi scandali, ma soprattutto a un’assenza di Stato sociale in Calabria”.

“Io credo che purtroppo noi veniamo da una stagione brutta: la notte del sociale da parte di scelte governative, ma d’altra parte veniamo anche da un’altra notte, quella di chi utilizza il sociale per fini propri e lo stiamo vedendo con quello che è accaduto a Roma. Allora credo che dobbiamo tutti interrogarci e trovare strade serie perché la gratuità e il servizio diventino la parte più importante e più consistente del terzo settore e del sociale. Il problema serio è recuperare il ruolo dello stato sociale nel nostro paese dove di fatto è scomparso”.

“Allora dobbiamo lavorare un po’ meglio tutti”. D’altronde Don Pino i frutti del suo operato, li sta già cogliendo. Basti pensare a palazzo Versace, un enorme immobile confiscato all’omonima cosca di Polistena, il paese in cui Don Pino è parroco, e che oggi è diventato un cantiere di legalità dove operano anche i suoi ragazzi.

Palazzo Versace è un po’ il simbolo di una Calabria che sta cambiando, perché il “cambiamento è difficile per tutti e spesso è lento”, ma è sempre possibile e per realizzarlo è necessario “che ci siano dei segni concreti che incoraggino e delle persone che facciano da apripista”. “La storia del palazzo Versace, il cambiamento da segno di morte a segno di vita è stato molto importante ed è molto importante per Polistena perché proprio quel palazzo, che oggi inizia ad essere abitato seriamente, è indice che il cambiamento è possibile, è lento ma è possibile”.
E si fa anche seguendo l’insegnamento di Don Tonino Bello tanto caro a Don Pino: “Bisogna sostituire ai segni del potere il potere dei segni. E attraverso l’utilizzazione del palazzo Versace ci stiamo sforzando di realizzare proprio questo”.

Ma c’è bisogno parallelamente di un lavoro di educazione delle coscienze, perché “la mentalità mafiosa è il grande male della Calabria”. Bisogna, quindi, educare la gente a capire che le mafie sono un male per tutti e poi “come Chiesa dobbiamo predicare un vangelo di liberazione anche ai mafiosi”, coerentemente con le direttive di Papa Francesco che ai mafiosi ha detto “Convertitevi!”.

“Ma la conversione è una cosa seria” come in quell’episodio del Vangelo in cui è protagonista Zaccheo, un esattore delle tasse conosciuto da tutti come un ladro. Zaccheo sa che passa Gesù e vuole vederlo, ma quando passa Gesù, è lui stesso a guardare Zaccheo e dirgli “Zaccheo oggi voglio venire a casa tua”. Zaccheo ha accolto Gesù a casa sua e prima di sedersi a tavola ha detto: “quello che ho rubato lo restituisco e la metà dei miei beni la do ai poveri”. “Ecco, quindi, che la Chiesa è chiamata a dire anche ai mafiosi convertitevi, ma la conversione deve essere questa: non parolaia, né predicazione di un Vangelo di liberazione fatto di bacetti e di sorrisi, ma di cambiamento reale della vita”.

Mafia e Chiesa, dunque, in “un rapporto fatto di luci e ombre. In un primo periodo più di ombre che di luci, ma oggi, dopo l’intervento chiaro di Papa Francesco, non è possibile più che ci siano ombre per cui tutte le comunità devono entrare in questa logica e devono essere strumenti di liberazione”.

“Il cammino è lungo, perché la ‘ndrangheta per sua natura ha due obiettivi: la ricchezza e il potere e per ottenere ricchezza e potere fa di tutto e cerca di entrare dovunque” anche nelle espressioni più folkloristiche della religione capaci di fare leva sulla cultura della massa, come le feste religiose, per esempio.

“Le feste religiose nei nostri territori venivano organizzate dai cosiddetti notabili del paese. La gente ricca organizzava le feste, dava soldi ai preti e quindi loro stessi organizzavano gli itinerari delle processioni, facendole fermare davanti ai lori palazzi, per esempio. Nel momento in cui ai borghesi si è sostituita la mafia, perché ha accumulato ricchezze, essa è entrata allo stesso modo dei cosiddetti borghesi nella gestione delle feste religiose. La Chiesa, che doveva essere vigile, non sempre lo è stata. Non si aveva la percezione né del fatto che le mafie sono un peccato sociale e né soprattutto che utilizzavano la religiosità per fini propri. Per cui adesso il problema non è più la ‘ndrangheta di fronte all’altare, ma è l’altare di fronte alla ‘ndrangheta”.

“Adesso soprattutto dopo che il magistero ecclesiastico ha chiarito benissimo che tra vangelo e mafia non ci può essere nessun accordo, in ogni comunità bisogna governare questo problema ed estromettere i mafiosi dalle organizzazioni”.

Un impegno, quindi, che deve essere perseguito tramite un lavoro di rete, sebbene tra alti e bassi, perché “più lavoriamo in rete e più i frutti saranno positivi”.